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mercoledì 21 marzo 2012

L'Italia ERA una repubblica fondata sul lavoro.


Il dibattito sulla riforma dell'art. 18, come ho già avuto modo di scrivere, è un dibattito privo di logica. Il risultato del confronto tra governo e parti sociali ha prodotto un risultato, condiviso da tutti tranne che dalla CGIL, che è persino peggiore degli intenti iniziali di Governo e Confindustria.

Nel progetto di accordo, per la cronaca “Restano nulli i licenziamenti discriminatori per tutti i lavoratori, viene previsto solo l'indennizzo (da 15 a 27 mensilità) per i licenziamenti per motivi economici (o ragioni oggettive), mentre per i licenziamenti disciplinari (o ragioni soggettive) la scelta tra l'indennizzo o il reintegro spetterà al giudice.” (tratto dal Sole 24 ore online).

Devo ripetermi e ricordare a tutti che l'Art. 18 non ha mai previsto la reintegra del lavoratore licenziato giustamente dal datore di lavoro ma quella del lavoratore licenziato ingiustamente.

Se un soggetto ruba in azienda o arriva tutti i giorni 30 minuti di ritardo, il datore può procedere al licenziamento e l'art. 18 non può farci assolutamente nulla perché non è applicabile a questi casi. Allo stesso modo l'azienda che versi in condizioni di dissesto o che più semplicemente perda una commessa oche desideri ristrutturare un settore produttivo può licenziare legittimamente senza avere alcun tipo di problema dall'art. 18 perché anche in quel caso il licenziamento sarebbe legittimo.

Toccare l'art. 18, dunque, significa dare la possibilità al datore di lavoro di licenziare “ingiustamente” un lavoratore e cioè di licenziarlo senza un reale motivo o per motivi diversi da quelli addotti. Ed in qualunque parte si apra la falla della praticabilità del licenziamento illegittimo, si fa affondare tutta la barca perché è evidente che tutti i licenziamenti da quel momento in poi avranno quella motivazione.

Per capirci, se i licenziamenti discriminatori restano nulli e quelli disciplinari possono essere annullati dal giudice mentre quelli per motivi economici sicuramente non avranno come conseguenza la reintegra ma solo un risarcimento del danno (da 15 a 27 mensilità), è del tutto evidente che da domani i datori di lavoro licenzieranno solo per motivi economici anche quando l'allontanamento del lavoratore sia dovuto, in realtà, ad altre ragioni. Se un mio dipendente ruba in azienda in teoria potrei licenziarlo per motivi disciplinari ma in quel caso dovrei accertare il fatto ed essere sicuro di quello che sto contestando perché nel caso in cui non sia in grado di dimostrare il furto il Giudice potrebbe reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Per questo non lo licenzierò per motivi disciplinari ma per motivi economici soprattutto perché se dovesse emergere che questi motivi economici in realtà non esistono, comunque il lavoratore non avrebbe diritto alla reintegra ma solo ad una somma di denaro.

Pensiamo, poi, al caso molto più inquietante in cui il lavoratore non rubi, non faccia niente di illegittimo ma, semplicemente, sia iscritto ad un sindacato troppo combattivo o, ancora più banalmente, che controlli accuratamente che le lavorazioni siano svolte nel rispetto della salute e della sicurezza dei lavoratori. Anche in quel caso il datore potrebbe “pagare” l'ingiustizia consistente nel licenziamento illegittimo intimando il recesso per motivi economici.

In buona sentenza viene codificato il diritto dei datori di lavoro di commettere un ingiustizia pagando in denaro.

I ministri tecnici di questo governo ed i sindacalisti datoriali (per lavoro o per vocazione) provano da giorni ad attenuare l'idiozia di questa norma sbandierando l'enorme vantaggio che la stessa rappresenterebbe per i lavoratori dipendenti delle aziende sotto i 15 dipendenti ai quali sino ad oggi l'articolo 18 non si applicava e che da domani, nella nuova formulazione, si applicherebbe.

Ebbene sia chiaro che questa estensione del nuovo (e come visto inutile) articolo 18 alle aziende che occupino alle loro dipendenze meno di 15 dipendenti, non rappresenta un miglioramento ma un ulteriore peggioramento del quadro normativo. Pensate alla salumeria “da Dino” che si trova sotto casa vostra e che nonostante la crisi assume alle sue dipendenze un lavoratore o a vostra nonna che assume una badante. Ebbene se il malcapitato titolare della ditta o la vostra ava incorresse nella sventura di intimare in maniera irregolare il licenziamento per motivi economici si potrebbe trovare a dover pagare una somma pari a 27 mensilità esattamente come nel caso in cui tale condotta fosse posta in essere dalla Fiat o dalla Microsoft. Siamo o non siamo alla follia? Senza pensare alla circostanza a dir poco certa per la quale le piccole aziende si guarderanno bene, in futuro, dall'assumere lavoratori a tempo indeterminato per i rischi enormi in cui potrebbero incorrere.

La sensazione è che questa riforma sia stata redatta tirando dei dadi o estraendo delle parole a caso da un sacco.

Tutto questo, si faccia attenzione, in un contesto in cui si è legittimata la contrattazione decentrata come unica in grado di definire i diritti dei lavoratori e la si è legittimata anche nel caso in cui a realizzarla siano sindacati maggiormente rappresentativi non sul piano nazionale ma sul piano locale intendendosi come tale quel territorio in cui si svolge l'attività lavorativa.

E' abbastanza semplice capire come lo sbocco del combinato disposto di tutte queste novità, di questo terremoto che sta devastando il diritto del lavoro, sia la scomparsa del sindacato come lo abbiamo conosciuto e la costruzione di piccoli sindacati territoriali ai quali i lavoratori saranno costretti ad iscriversi sotto la minaccia dei licenziamenti che, a questo punto, sono sempre legittimi anche quando illegittimi e che non potranno che abdicare a quel ruolo di controllo, di difesa, di tutela delle condizioni dei lavoratori.

Per finire una riflessione sul principio che governa questa riforma. Introducendo il meccanismo secondo il quale con il denaro si può acquistare il diritto di commettere un'ingiustizia, si rivoluziona per sempre ed irreversibilmente un valore fondante della nostra Costituzione e, ancor prima, della nostra civiltà. Si stupra il valore del lavoro, la sua funzione sociale, il suo significato principale, il suo scopo di realizzazione della personalità dell'individuo. Nessuno prima aveva mai osato tanto.

Siamo di fronte ad una svolta epocale, ad una controriforma che archivia per sempre le lotte operaie, i movimenti civili, le regole della convivenza civile che con tanta fatica abbiamo costruito in tanti anni. Forse ancora non riuscite a vederlo ma l'art. 1 della nostra Costituzione ora si può leggere così: “L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro o su una somma che varia da 15 a 27 mensilità”.

Marco Guercio
martedì 7 febbraio 2012

Ne resteranno soltanto due.

Berlusconi chiama il PD a redigere una nuova legge elettorale, che valorizzi il bipartitismo, su misura dei due più grandi partiti.

Pensate che stia scherzando? No, è una notizia. Vera. Se non ci credete leggete l'articolo sul Corriere della Sera a questo link:
http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/06/Legge_elettorale_Berlusconi_chiama_Centristi_co_8_120206026.shtml.

E l'incredibile non è che il PD e il PDL si spalleggino a vicenda, ovviamente, visto che sostengono lo stesso esecutivo e compongono insieme ad ex DC ed ex fascisti una maggioranza alla Camera e al Senato. L'incredibile è che si affermi con candore che si intende procedere alla creazione di una legge elettorale su misura dei due più grandi partiti per far fuori, in buona sostanza, tutti gli altri. Anzi, l'incredibile è che il PD non risponda con stizza e disprezzo a questa provocazione ma si renda addirittura disponibile ritenendo questa la scelta migliore non per il paese ma per lo stesso Partito Democratico.

Propongo di buttare giù due numeri (che non fa mai male) e poi provare a fare una riflessione su questa questione. Il Popolo della libertà, alle ultime politiche, ha ottenuto 13.628.865 voti ed Partito Democratico ne ha ottenuti 12.092.998. Totale voti 25.721.863. Gli aventi diritti al voto, sempre nelle ultime politiche, erano 47.126.326 su una popolazione complessiva di circa 60 milioni di abitanti.

Con questi voti il PDL, anche grazie al premio di maggioranza, ha guadagnato 276 seggi alla camera e 146 al Senato mentre l'ex avversario democratico ne ha conquistati 217 alla camera e 119 al senato. La maggioranza alla camera è 316 e al senato 158. I due partiti insieme hanno avuto 493 seggi alla Camera e 265 al Senato. Stiamo parlando di numeri che superano di gran lunga i limiti (2/3) imposti per l'approvazione di riforme costituzionali senza fare ricorso al referendum.

E non voglio scientemente disaggregare i dati dei fuoriusciti dai due partitoni perché da un lato non sono così rilevanti da modificare la sostanza delle cose e, dall'altro, è abbastanza presumibile che in caso di strappo in senso bipartitico i due poli si riaggregherebbero per motivi di opportunità.

Non sarò certo io a rivelare che, oggi, questi due partiti prenderebbero in totale circa due terzi dei voti ottenuti nelle precedenti elezioni e quindi circa 17 milioni a causa dell'aumento dell'astensionismo (a sua volta determinato dalla diminuzione dell'offerta politica), di qualche inchiesta e di qualche scandalo qua e là e delle grasse risate che tutti i governanti esteri fanno tutte le volte che parlano di noi.

E questo i due partiti, che ormai si diversificano soltanto per una “L”, lo sanno perfettamente. Ed è proprio per questo che devono mettere mano al meccanismo con il quale si attribuiscono i seggi in parlamento e, in definitiva, si forma la maggioranza.

Berlusconi, che è un pratico, ha già fatto i suoi calcoli ed ha preso una decisione ragionando da imprenditore: per continuare ad esistere dobbiamo avere come avversario il niente che, a sua volta, se vuole continuare a stare in parlamento nonostante la sua inconsistenza, deve legittimare la nostra soggettività politica che neanche Torquemada o Mister Bean legittimerebbero.

La soluzione è dunque quella di far fuori il popolo ancora di più di quanto già non succeda e di gestire il potere con il finto nemico.

Si perché i più attenti osservatori si saranno accorti che questa non è la prima volta che questo trucchetto viene architettato a scapito della democrazia e del popolo italiano. Il così detto “Porcellum”, che poi è la trasposizione a livello nazionale della legge elettorale della illuminatissima regione Toscana, è un clamoroso precedente. Quando gli oligarchi al potere si accorsero che nessuno gli avrebbe più dato la preferenza furono tolte le preferenze, quando si accorsero che il popolo avrebbe “disperso i voti” verso partiti più piccoli hanno infilato di soppiatto uno sbarramento del 4% alla camera e del 8% al senato e quando si accorsero che, nonostante tutto questo, sarebbe stato comunque complicato ottenere una maggioranza, introdussero il premio di maggioranza. Il “Porcellum”, cioè l'attuale legge elettorale, si badi bene, è stato approvata non con i voti contrari ma con l'astensione determinante del PD. Vi ricorderete la tornata elettorale successiva all'introduzione di questo meccanismo elettorale con Veltroni che tristemente neanche nominava Berlusconi.

Insomma, il PD per continuare ad esistere deve avere l'investitura di opposizione ufficiale da parte di Berlusconi ed oggi il Cavaliere manda un segnale agli ex dirimpettari proprio in questo senso riproponendo al falso nemico una nuova strategia per perpetuare ad libitum questa frattura tra popolo ed istituzioni.

Ed il PD che fa? Si indigna? Si rifiuta di operare un tale scempio? Prende una netta e ferma posizione? No. E' d'accordo.

Due partiti che raccoglierebbero meno della metà dei voti degli elettori e rappresenterebbero meno di un terzo della popolazione ma che oggi, grazie ad una legge elettorale lontana da qualsiasi principio democratico, hanno la stragrande maggioranza dei seggi in parlamento, stanno dunque pensando di scrivere insieme le regole per la formazione delle due camere. Ed hanno i nueri per farlo.

Al governo, tanto, pensano i professori che si accollano le rogne di provvedimenti lacrime e sangue che dovrebbero condurre ad una crescita del paese, mentre i due partiti più grassi si occupano solo della crescita del loro potere.

Di fronte a questa situazione non c'è niente di più sbagliato che partecipare al coro acefalo e qualunquista dell'”anticasta”, e di mettere in fila quei tre concetti privi di alcun senso che vorrebbero meno parlamentari, stipendi ridotti ai politici, una sola camera, etc.

Questo è esattamente quello che vuole quella che qualcuno chiama “casta”. Vuole meno soldatini da governare in parlamento e da poter retribuire per la loro fedeltà con degli extra, necessari in caso di stipendi poco dignitosi.

A questo si deve opporre una proposta organica di restaurazione del ruolo principe del parlamento con 630 deputati e 315 senatori (che poi è il risultato di un rappresentante ogni circa 100.000 persone) bravi, capaci e proporzionalmente pagati che risolvano i problemi di questo paese e che lavorino per almeno otto ore al giorno con sistemi di trasparenza e monitoraggio continuo dell'attività svolta anche per mezzo delle opportunità tecniche che offre la rete.

Per far questo è necessario pensare a ciò che determina il funzionamento della democrazia e cioè alla selezione della classe dirigente che, ad esempio, potrebbe avvenire con un sistema di collegi uninominali a doppio turno con l'opportunità di candidarsi anche fuori dai partiti raccogliendo un numero di firme. Se siamo noi a scegliere tutti i parlamentari, uno per uno, sulla base delle capacità, dei curricola, dell'onestà, allora avremo un parlamento in grado di far funzionare le istituzione, di eleggere e di guidare un governo efficiente, di lavorare nelle commissioni e di renderle strategiche ed utili, di fare le leggi di cui questo paese ha bisogno senza pensare prima se conviene o meno a questo o a quel partito dare quel voto ma pensando all'unico bene che conta, quello del paese.

Viva l'Italia.

Marco Guercio
lunedì 30 gennaio 2012

Un'eversione da poco

Nel codice penale italiano c'è un articolo, il 241 che recita: “Art. 241. Attentati contro l'integrità, l'indipendenza o l'unità dello Stato. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni.
La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l'esercizio di funzioni pubbliche.
Questa norma è stata modificata radicalmente dall'art. 1 della Legge 24 febbraio 2006, n.85 (in Gazz. Uff., 13 marzo, n. 60) denominata: “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”. Prima di questa riforma l'art. 241 del codice penale recitava: “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza dello Stato, è punito con l'ergastolo. - Alla stessa pena soggiace chiunque commette un fatto diretto a disciogliere l'unità dello Stato, o a distaccare dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche temporaneamente, alla sua sovranità”.

Nella stessa legge di riforma del Codice Penale l'art. 5. modificava L'articolo 292 del codice penale che, quindi, oggi recita: «Art. 292 - Chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. La pena è aumentata da euro 5.000 a euro 10.000 nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale.
Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni.
Agli effetti della legge penale per bandiera nazionale si intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali."
La stessa norma, prima della riforma, invece, prima recitava: “Articolo 292. Vilipendio alla bandiera o ad altro emblema dello Stato. Chiunque vilipende la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione da uno a tre anni. Agli effetti della legge penale, per “bandiera nazionale” s’intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche a chi vilipende i colori nazionali raffigurati su cosa diversa da una bandiera.”.

Vi risparmio, in questa sede, l'analisi degli altri articoli della 85/06 che sono rivolti ad inasprire le pene o ad allargare la portata delle norma in tema di associazioni sovversive.

Ovviamente la domandona alla quale dobbiamo dare la prima risposta è: chi era al governo a febbraio del 2006? Ve lo dico io: dal 23 aprile 2005 al 17 maggio 2006 ci siamo sorbiti il 3° Governo Berlusconi che si pregiava di avere Gianfranco Fini ministro degli Esteri, Beppe Pisanu Ministro degli Interni,, il moderato Storace alla Salute e tanti altri simpatici governanti come Buttiglione, Alemanno ed il compianto Mirko Tremaglia.

Tra questi, tuttavia, interessano: Bobo Maroni al Lavoro, il padre del Porcellum Calderoli alle riforme istituzionali e Robertino Castelli alla Giustizia. Tre ministri leghisti.

Si. La lega era in maggioranza con Forza Italia, UDC e Alleanza Nazionale. Questa riforma, dunque, è stata fatta principalmente dalla Lega con il placet degli odierni Terzopolisti Finiani e Casiniani e degli odierni alleati del PD Berlusconiani. L'abrogazione di una norma potenzialmente in grado di rappresentare un guaio giudiziario per esponenti di quella maggioranza, peraltro, non rappresentava, già a quel tempo una novità avendo la suddetta combriccola già provveduto, ad esempio, a far sparire il “falso in bilancio” o a dimezzare i tempi di prescrizione in favore dell'allora imputato presidente del consiglio ed altri simili scempi.

Ma torniamo a noi. Che cosa prevedono queste riforme?

Basta comparare le due diverse stesure della norma per capire che prima dell'entrata in vigore della L. 85/06 molte delle condotte poste in essere dai più autorevoli esponenti della Lega Nord negli ultimi giorni avrebbero integrato fattispecie di reato punite con pene molto severe e che dopo l'approvazione della stessa legge, invece, quelle condotte sono enormemente sminuite se non addirittura penalmente irrilevanti.

La più importante differenza tra il vecchio testo dell'art. 241 c.p. è la seguente: prima il reato era così individuato “chiunque compie atti violenti diretti e idonei a (...) menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni.

La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l'esercizio di funzioni pubbliche.” mentre prima era così diversamente qualificato: “Chiunque commette un fatto diretto a (...) a menomare l'indipendenza dello Stato, è punito con l'ergastolo. - Alla stessa pena soggiace chiunque commette un fatto diretto a disciogliere l'unità dello Stato, o a distaccare dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche temporaneamente, alla sua sovranità”.

Ebbene non serve un fine interprete per capire che nella riforma il fatto precedentemente punito dalla legge era completamente un altro. Prima si puniva, infatti, qualunque fatto diretto a disciogliere l'unità dello stato o a distaccare dalla nazione un territorio. Invocare la secessione, certamente potrebbe essere qualificato in questi termini. Chiamare un popolo alla secessione dando della “ladrona” a Roma, intendendosi con la città l'intera nazione in una evidente sineddoche, certamente avrebbe integrato il gravissimo reato di cui sopra.

Ma questi fatti, come è semplice intuire, seppur espressione di una violenza verbale e di una sottocultura, non possono certamente essere qualificati giuridicamente come “atti violenti”.

Lo stesso dicasi per la bandiera. Prima della riforma il generico vilipendio rivolte alla bandiera (e, per questa, all'Italia) in un luogo pubblico comportava una condanna da sei mesi a tre anni di carcere mentre oggi quella condotta deve concretizzarsi nell'uso di espressioni ingiuriosi e comporta

una banale ammenda da € 100,00 a € 1.000,00 che, se oblazionata, fa scomparire il reato.

Il dito medio e l'espressione, seppur ciancicata, “fanculo” rivolta al tricolore, ad esempio, avrebbe comportato la condanna ad una pena da sei mesi a tre anni mentre oggi con 300 euro qualsiasi leghista si può togliere la soddisfazione di vilipendere la bandiera.

Capiamoci: non è l'affetto ai simboli nazionali che mi spinge a fare queste riflessioni né l'amore per i confini. Quello che voglio evidenziare è che il nostro paese è stato governato da un partito che ha posto in essere attività amministrative che hanno devastato l'economia e la società e contemporaneamente si è permesso di invocare la secessione della parte a loro dire produttiva dell'Italia a scapito di quella a loro dire “scroccona”. L'immagine del cavallo di Troia, insomma, non è così distante. Se gli esponenti della Lega volevano e vogliono l'annessione del nord ad un altro stato o la sua indipendenza, quando facevano i ministri, quando votavano i decreti, avevano a cuore l'interesse superiore della nazione o stavano solo preparando il terreno per il loro obiettivo? E, in astratto, la Padania nasce più facilmente da un'Italia in crisi o da un Italia prosperosa ed efficiente? Da Repubblica le parole di Umberto Bossi: “Quel che sta avvenendo è una svolta storica, non è una cosina da niente, la gente capisce sempre di più che l'Italia va a finire male e quindi si prepara al dopo. E per noi il dopo è la Padania - ha detto- i popoli del nord uniti sarebbero lo stato più forte d'Europa". "Quando verrà il momento, non possiamo farci trovare impreparati. Per fortuna siamo partiti tanti anni fa e il profondo del cuore della gente del nord sente che il progetto è passato e che l'idea che si possa vincere insieme è partita". E ancora: "La Padania vuol dire unito e libero. Il centro-sud munge tutte le risorse del centro-nord, questo è il problema". Il titolo di quell'articolo era: “L'italia finisce male, prepariamoci alla Padania”.

In questi ultimi giorni, poi, passati dal governo del paese - con tanto di ministri in posti strategici – all'opposizione, durante comizi di piazza farciti da muggiti e frasi ad effetto sgrammaticate e senza un reale significato, i leghisti hanno ripreso - anche pubblicamente - il leitmotiv della secessione mettendolo al centro della propria agenda politica.

Ebbene un paese serio, al di là dei proclami sull'unità e dei festeggiamenti dei 150 anni, peraltro boicottati dagli stessi leghisti, dovrebbe prima di tutto dotarsi degli strumenti per impedire che si possa solo pensare ad una secessione. Se non vi viene in mente niente allora vi suggerisco di abrogare in toto la Legge 85/06 e di reintrodurre nel nostro ordinamento quelle norme che consentono di perseguire coloro che pongono in essere fatti idonei a minare l'unità nazionale.

Ci vogliono più o meno 4 minuti. Dopo, gli estremismi secessionisti dei fondamentalisti leghisti tornerebbero ad essere una questione di ordine pubblico della quale potrebbero occuparsi i pubblici ministeri.

Marco Guercio

Art. 18: su le barricate

In questi giorni torna prepotente la "querelle" sulla necessità di "superare" l'art 18 dello Statuto dei lavoratori. Negli ultimi anni più volte è stato invocata questa come la riforma che avrebbe restituito al nostro paese la speranza di favorire la crescita ed incrementare l'occupazione. Oggi, addirittura, si arriva a sostenere che l'abrogazione o la riduzione della portata di questa norma rappresenterebbe uno dei pilastri su cui dovrebbe fondarsi la ripresa economica del nostro paese così "sfortunatamente" in preda alla crisi.
Ebbene queste poche righe che ho deciso di scrivere non sono rivolte, ovviamente, alle forze filoconfindustriali o a quelle filogovernative che sanno già perfettamente che non è assolutamente vero che esiste una necessità materiale di ricorrere a tale tipo di riforma e che pressano perché sono consapevoli che questo è semplicemente il momento migliore per poter abbattere l'ultimo vero baluardo a difesa dei diritti, delle libertà e, fuori da qualsiasi retorica, della dignità dei lavoratori. Queste mie considerazioni sono rivolte alla così detta sinistra, parlamentare o extra che sia, politica e sindacale, che forse non si è accorta che ha accettato il contraddittorio su una questione che non può essere trattata e sulla quale è assolutamente strategico fare le barricate. Per procedere ad un'analisi compiuta sull'argomento dobbiamo ricordarci di cosa stiamo parlando per poi ragionare sul motivo per cui con tutto quello di cui dovremmo parlare in questi mesi di delirio ci concentriamo solo sull'art. 18 dello statuto dei lavoratori.
Cominciamo col dire che chi vuole "il superamento" dell'art. 18 della L. 300/70, sostiene che questa riforma garantirebbe più occupazione perché le aziende oggi sono disincentivate ad assumere perché è troppo difficile licenziare. Aggiungono che chi difende l'art. 18 in realtà difende i privilegi di quei lavoratori subordinati a tempo indeterminato che ormai si avviano ad essere una minoranza e si disinteressa di quelle nuove generazioni di precari che non riescono ad ottenere un posto di lavoro per la solita difficoltà dei datori di lavoro a licenziare.
A queste frasi non si può opporre una diversa riforma, una modulazione dell'abrogazione, un temperamento del superamento con l'introduzione di correttivi avveniristici come la sospensione dell'efficacia dell'art. 18 per i primi tre anni di lavoro o l'introduzione di apprendistati futuristici. A queste frasi si deve rispondere come segue:
L'art. 18 dello statuto dei lavoratori recita, nelle parti che qui interessano (la riporto perché sono sicuro che la maggior parte di coloro che ne parlano non l'hanno mai letto), così:
"Art.18. Reintegrazione nel posto di lavoro. Ferma restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro. (...) Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l'inefficacia o l'invalidità stabilendo un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto. Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell'indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti. La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva. (...)".
L'art. 18, quindi di cosa parla? Disciplina forse un meccanismo che è in grado di impedire o, al limite, rendere più difficile un licenziamento? Evidentemente no. Introduce un limite alla facoltà di licenziare? Sicuramente no. E allora di cosa si occupa? E' presto detto. L'art. 18 disciplina quello che succede nel caso in cui un licenziamento sia dichiarato illegittimo. Un licenziamento è dichiarato illegittimo quando è posto in essere al di fuori dei casi disciplinati dalla legge e cioè: giusta causa, giustificato motivo oggettivo, giustificato motivo soggettivo. L'art. 18, dunque, stabilisce quello che succede quando un datore di lavoro licenzia senza alcun motivo un lavoratore.
Anche un bambino capirebbe che in tutti i casi in cui il licenziamento è legittimo e quindi corrisponde allo schema tipico della giusta causa o dei giustificati motivi, l'art. 18 non si applica già adesso.
Entriamo nel dettaglio. La giusta causa, disciplinata dall'art. 2119 c.c., si configura come un fatto talmente grave da ledere l'elemento fiduciario tra il lavoratore ed il datore di lavoro e quindi da non rendere più proseguibile il rapporto di lavoro. Gli esempi tipici sono quello del furto in azienda, della rissa e di tutti quei comportamenti che incidono sulla futura sostenibilità del rapporto di lavoro. In questi casi si può legittimamente licenziare. Se uno ha i baffi o se è ebreo, se porta l'orecchino o se tifa per il Gubbio, invece, non si può legittimamente licenziare e, grazie all'art. 18, in caso di licenziamento, il lavoratore viene reintegrato in azienda e il datore di lavoro viene condannato al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno. Il giustificato motivo oggettivo ricorre quando l'azienda si trova in uno stato di crisi strutturale e non congiunturale perché, ad esempio, ha perso una commessa o ha visto contrarre considerevolmente i ricavi o aumentare i costi di produzione. In questi casi è sempre legittimo licenziare. Se il datore di lavoro è in crisi perché ha deciso di comprarsi un SUV da 130.000 euro per i suoi week end in Versilia, invece, non si può legittimamente licenziare e, grazie all'art. 18, in caso di licenziamento, il lavoratore viene reintegrato in azienda e il datore di lavoro viene condannato al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno. Il giustificato motivo soggettivo, poi, ricorre in caso di adempimenti gravi degli obblighi contrattuali assunti dal lavoratori e quindi nei casi di sistematico mancato rispetto degli orari di lavoro, di scarso impegno, etc.. Se il lavoratore protesta perché le norme relative alla sicurezza non sono rispettate o perché i pagamenti delle retribuzioni non sono puntuali o se si rifiuta di svolgere un'attività pericolosa, invece, non si può legittimamente licenziare e, grazie all'art. 18, in caso di licenziamento, il lavoratore viene reintegrato in azienda e il datore di lavoro viene condannato al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno.
Per non parlare del caso dei licenziamenti collettivi completamente procedimentalizzati attraverso l'obbligo di coinvolgere i sindacati ed attuabili legittimamente non solo da quelle aziende che versino in condizioni di crisi ma anche da quelle che vogliano semplicemente ristrutturare e/o convertire l'attività imprenditoriale.
Quindi, in un contesto in cui le aziende hanno tutte queste opportunità di licenziare a che cosa serve l'abrogazione o "il superamento" dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori? Serve a far licenziare i lavoratori senza alcuna conseguenza per il datore di lavoro a prescindere dal fatto che il licenziamento sia sorretto da una giustificazione valida. Tutte le altre presunte motivazioni sono false e sono date in mala fede. La differenza tra il prima ed il dopo di tale abrogazione, infatti, riguarderà solo i licenziamenti ingiusti ed ingiustificabili perché per gli altri è già prevista la possibilità di licenziare.
Ma questo disegno odioso dei nostri governanti non deve essere letto fuori da un contesto di restaurazione (perché non si può chiamare riforma un balzo nel passato di 60 anni) complessiva del dominio dei datori di lavoro. Se si abroga semplicemente l'art. 18 succede quello che abbiamo visto. Ma se l'art. 18 lo si abroga contemporaneamente all'introduzione di una norma che abolisce di fatto la contrattazione nazionale e rende valida quella "di prossimità" ossia quella locale anche se derivante da accordi presi con associazioni sindacali non rappresentative a livello nazionale ma rappresentative a livello locale che cosa potrebbe succedere? E' una paranoia sospettare che, potendomi licenziare perché, ad esempio, una mattina mi sono presentato al lavoro spettinato, il datore di lavoro si circondi solo di lavoratori costretti ad accettare l'adesione al sindacato locale creato ad hoc e reso rappresentativo dal ricatto dei licenziamenti e, ovviamente, gestito o guidato dallo stesso datore di lavoro? E' possibile che non si faccia mai due più due?
L'art. 18 dello statuto dei lavoratori è una di quelle norma che descrivono il livello di civiltà di un popolo, come quella sull'aborto o sul divorzio e non è solo una leggina in tema di diritto del lavoro. E' una norma di libertà, di decoro sociale che non può essere abrogata senza che tutte le persone di buon senso si alzino per difenderla con tutti i mezzi leciti a disposizione.
La battaglia a difesa dell'art. 18 non può risolversi in una disputa tecnicista come quella condotta dal trio Sacconi-Boeri-Ichino senza mettere al centro della discussione la portata culturale e politica di tale norma. La difesa dell'art. 18 non può essere solo in favore di coloro che oggi hanno un lavoro c.d. garantito ma è un dovere proprio nei confronti delle nuove generazioni che in mancanza di questo presidio di civiltà giuridica si troverebbero in una condizione di ricattabilità, di insicurezza e di debolezza persino peggiore del precariato sistemico.
Va bene che siamo nell'Italia di Berlusconi, Beppe Grillo e di Bersani ma non è possibile che tutti gli argomenti, anche i più seri, siano depredati della logica che dovrebbe sorreggerli e buttati in pasto ad un dibattito senza senso per poi giustificare l'ingiustificabile. Chi vuole eliminare l'art 18 dello statuto dei lavoratori vuole calpestare i diritti dei più deboli o è complice di chi li vuole calpestare.

Marco Guercio
lunedì 5 settembre 2011

Abolito con decreto il Sindacato e i diritti dei lavoratori. Incredibile, ma vero.

Purtroppo lo avevamo ampiamente previsto. La ricetta di questo governo è ormai nota:

a) si prende un obiettivo qualsiasi tipo la distruzione dei diritti più elementari dei lavoratori,

b) si inserisce in un maxidecreto cacciuccato all'interno del quale si introducono riforme idiote in grado di catturare l'attenzione dei media e di quegli allocchi dell'opposizione.

c) si fa discutere tutto il paese delle riforme idiote

d) si ritirano le riforme idiote

e) rimane ferma solo la riforma obiettivo che, tuttavia, siccome siamo stati magnanimi con la revoca delle riforme idiote, viene inasprita e corretta in favore degli interessi dei più forti.

Et voilà, il gioco è fatto. E' successo con la somministrazione di lavoro, con l'arbitrato e sta succedendo ancora con l'abolizione dell'efficacia dell'art. 18 alla quale è stata aggiunta in extremis la soppressione sostanziale del sindacalismo confederale.

L'art. 8 della manovra aggiuntiva, di quel Decreto 138/11, è il perno della riforma intorno al quale sono comparse e poi scomparse un centinaio di poco credibili intuizioni per la soluzione della crisi. Si tassano in via straordinaria i redditi superiori a 90.000 euro. Anzi no, non li tassiamo più. Si aboliscono il 25 aprile, il 2 giugno e il primo maggio. Anzi no, li teniamo. Si aboliscono le province e si accorpano i comuni. Anzi no, va tutto bene così com'è. Abolisco l'art. 18. No, non è vero, anzi, si, è vero.

E l'opposizione, di qualsiasi tipo, da quella bollita e priva di qualsiasi credibilità del PD, che addirittura frena sullo sciopero generale, a quella dei centri sociali più estremisti, ha cominciato a parlottare e a balbettare su queste clamorose minchiate e non ha visto questo bluff clamoroso dell'accoppiata Tremonti-Marcegaglia.

Ovviamente, come detto, in cambio del ritiro di tutte le leggi-minchiata, il Governo ha stretto ancora di più sulla riforma del diritto del lavoro ed ha introdotto il testo definitivo, quello che aveva preparato sin dall'inizio ma che se fosse stato presentato nella sua stesura completa avrebbe suscitato polemiche e reazioni feroci. Oggi, invece, venduto come risultante dell'incontro tra opposte fazioni, come merce di scambio con la scampata eliminazione del 25 aprile, assume una sua dignitosa presentabilità.

Il provvedimento passato in commissione si conferma nel suo nucleo centrale stabilendo che, “fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro”, le specifiche intese aziendali e territoriali “operano anche in deroga alle disposizioni di legge” ed alle “relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Le intese valide, però, a differenza di quanto stabilito nella versione “Soft” della riforma, saranno non solo quelle “sottoscritte a livello aziendale o territoriale da associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”, ma anche quelle sottoscritte dalle associazioni “territoriali” “con efficacia nei confronti di tutti i lavoratori interessati” che potranno avere ad oggetto: “le mansioni del lavoratore, i contratti a termine, l’orario di lavoro, le modalità di assunzione, le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro”.

L’emendamento approvato in Commissione, cioè, prevede che anche i sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale possano sottoscrivere accordi con le aziende. Possono sottoscrivere le intese o le “associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale”, ovvero le “loro rappresentanze sindacali operanti in aziende” e le intese, si ribadisce, avranno “efficacia per tutti i lavoratori, a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alla presenze sindacali”.

Vi risparmio l'analisi sull'esclusione dell'operatività degli accordi di cui sopra per le lavoratrici madri, che, per quanto sacrosanto è solo il frutto di un intervento di Nostro Signore e dei suoi rappresentanti in Parlamento.

Vi invito, invece a riflettere sulla portata epocale di questa novità legislativa. Come già spiegato nel mio precedente intervento (138/11 del 13/8/11: l'apocalisse del diritto del lavoro) a cui vi rimando, ci potranno essere aziende, ad esempio, che, ricattando le rappresentanze sindacali interne con i livelli occupazionali in tempo di crisi, otterranno il placet su accordi che prevederanno, in caso di licenziamento, unicamente un risarcimento del danno in favore del lavoratore limitandolo a poche mensilità, al posto della reintegra e del risarcimento. E per aziende diverse si potranno avere situazioni differenti per cui in una il lavoratore che ha subito il licenziamento illegittimo si prenderà tre mensilità di risarcimento, in un'altra 5, in un'altra ancora 8 a seconda della forza contrattuale della RSU o dei sindacati territoriali. Questo schema, poi, si applica anche alla possibilità di utilizzare sistemi audiovisivi (fino ad oggi fortemente limitato), alla conversione dei contratti precari in contratti subordinato a tempo indeterminato, alle mansioni (e quindi al divieto di demansionamento) e all'orario di lavoro (e quindi ai suoi limiti). Ci troveremo aziende dove un lavoratore sarà costretto a lavorare con strumenti tecnologici che ne misurano la produttività, mentre in altre questo sarà vietato, lavoratori che possono passare da inquadramenti direttivi a semplice manovalanze ed altre dove questo non sarà possibile. Ci saranno aziende dove l'uso del contratto a termine e del contratto a progetto sarà indiscriminato e dove in caso di contratti precari illegittimi la conseguenza non sarà più la trasformazione in contratto subordinato a tempo indeterminato ma altro, magari ancora una volta un banale risarcimento.

Ebbene, non è più solo questo. Questi stravolgimenti senza precedenti della vita delle lavoratrici e lavoratori italiani non potranno essere introdotti solo a seguito di un accordo con i sindacati maggiormente rappresentativi, e quindi, si presume, maggiormente competenti sul piano nazionale ma, sostanzialmente con chiunque, con il primo gaglioffo che passa da quelle parti. Spieghiamo perché.

Prendiamo un'azienda media di una provincia (o, perché no, di un piccolo comun) del sud italia dove storicamente il livello di sindacalizzazione dei lavoratori è basso. Il datore di lavoro che voglia introdurre dei peggioramenti pesanti a danno dei lavoratori quali, ad esempio, l'eliminazione della reintegra nel proprio posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, non potrà farlo se non in combutta con la RSU. Se questo “imprenditore” volesse, potrebbe architettare la creazione di un Sindacatino territoriale composto da impiegati e operai compiacenti che in cambio avrebbero privilegi e certezze, far guadagnare a questa organizzazione consenso con mezzi leciti e meno leciti per poi, una volta insediata una maggioranza di componenti della RSU nella propria azienda, scrivere le regole del diritto del lavoro aziendale.

E' chiaro anche a coloro che non sono inclini ad osannare il Sindacalismo Confederale che in un contesto come questo la presenza di tali associazioni garantirebbe dei livelli minimi di tutele ed una armonizzazione a livello nazionale dei diritti. In questo modo, invece, in provincia di Varese ed in provincia di Livorno, avremmo due ordinamenti diversi con tutto ciò che ne consegue sul piano della concorrenza. Se a Benevento si licenzia con facilità si ricatta più agevolmente e quindi si produce di più, l'azienda di Torino, dove è maggiore la sindacalizzazione, non minaccerà più la delocalizzazione in Romania ma a Benevento fino a quando gli operai stessi si vedranno costretti a chiedere al sindacato di accettare l'accordo al ribasso pur di non perdere il posto di lavoro.

In tempi di crisi, vere o supposte, l'unico obiettivo di Confindustria e di questo Governo è l'abbattimento del costo del lavoro che si realizza solo con l'eliminazione del ruolo del sindacato e della sua funzione quasi che la crisi fosse stata determinata dai lavoratori dipendenti.

Inutile dire che lo sciopero generale in questo contesto è sacrosanto e dovrà vedere l'adesione e la partecipazione attiva di tutte e di tutti come momento iniziale di costruzione di una strategia complessiva per la destituzione di questa classe politica e per la creazione di un progetto di ristrutturazione del diritto del lavoro che abbia come unico fine quello di abrogare sic et simpliciter tutte le norma approvate negli ultimi dieci anni in questa materia.

Ribadisco che la debolezza dell'azione sindacale e politica degli ultimi anni è dovuta principalmente alla totale assenza di un progetto politico alternativo a quello del centro destra che, in quanto tale, sta solo facendo il suo lavoro che consiste nello smembramento del diritto del lavoro in favore dei ceti più ricchi che rappresenta. Quello che manca è il progetto della sinistra, l'alternativa a questo disastro, la possibilità concreta di sperare in un paese migliore. Nessuno lotta davvero se non sa con precisione per cosa e per chi.

Marco Guercio






lunedì 29 agosto 2011

Riduzione delle Istituzioni e della democrazia: la Lega ci riprova.

Provate ad immaginare qualcuno che se la prende con la forchetta perché la pasta è scotta o che prende a pugni la sua auto perché c'è traffico. Pensereste certamente a dei pazzi, a persone squilibrate, senza senno. Adesso provate a pensare a quelli che se la prendono con le istituzioni perché l'economia è al tracollo. Qual'è l'attinenza? Attenzione, io non ho parlato dei politici, delle persone che materialmente prendono delle decisioni sciagurate ma delle istituzioni, dell'organizzazione dello stato. Se qualcuno se la prende con Berlusconi o con Tremonti, con Bersani o con Casini va bene. Il problema nasce quando attraverso un meccanismo mentale tutto da analizzare, ce la prendiamo con il Parlamento. Non con i parlamentari ma con l'istituzione in sé. A ben vedere non esiste alcun legame logico tra la qualità dei componenti di un assemblea o di un consiglio e la sua necessità. Se un consiglio di amministrazione di una società produce dei dissesti finanziari è evidente che gli azionisti penseranno ad una sostituzione dei consiglieri e dell'amministratore delegato e non ad una sua eliminazione o ad una sua riduzione. Se un Comune produce dei disavanzi nessuno pensa ad eliminarlo. In Italia, invece, da alcuni anni a questa parte, il popolo, sconnesso, sempre meno colto, sempre meno preparato, sempre più incline alle lamentele e sempre meno alle rivendicazioni, pare rivolgere alla politica questa domanda di riduzione che non è, si badi bene, una riduzione dei suoi costi ma una riduzione tout court, un dimezzamento di sé stessa. L'Italia va male? Dobbiamo ridurre il numero dei parlamentari. Questa non è una risposta né un taglio. Questa è l'anticamera della scomparsa della democrazia. Si, perché il parlamento è esattamente il centro della vita democratica di questo paese, l'unico organo, in teoria, eletto direttamente dai cittadini. In teoria perché nella pratica, ed è questo il vero problema, i parlamentari sono eletti dei capi delle coalizioni che compongono delle liste bloccate che i cittadini devono sorbirsi senza poter scegliere i propri rappresentanti. Non è un caso che la legge elettorale che ha dato origine a questo scempio è stata partorita dall'On. Calderoli il quale oggi propugna con forza proprio il dimezzamento dei parlamentari, ed il cui capo carismatico, On. Bossi ha dichiarato nei giorni scorsi che l'Italia è ormai al capolinea e che quindi è preferibile prepararsi alla Padania. Una forza secessionista, dunque, che ha da sempre e spudoratamente inneggiato alla disgregazione dello stato nazionale, ha inventato una legge elettorale per lo Stato italiano che ha portato all'elezione di pagliacci e ballerine e quindi ad uno svuotamento del significato stesso del parlamento per poi addossare allo stesso parlamento le responsabilità del cattivo funzionamento dello Stato e per poi chiedere la devastazione ed il saccheggio della Carta Costituzionale eliminando una delle due camere e dimezzando i parlamentari. Che altro aggiungere? È logico che questi soggetti prima radano al suolo le nostre istituzioni da dentro e poi pretendano di addossare a queste la responsabilità della crisi e propongano di raderle al suolo anche da fuori? Esiste un popolo italiano che davvero sente la necessità di riformare in quel senso così idiota le nostre istituzioni? E si presti la massima attenzione alla circostanza che la Lega Nord ha provato più volte a modificare la Carta Costituzionale in questo senso addirittura con un progetto di revisione costituzionale nel 2006 naufragato grazie all'esito del referendum e quindi grazie alla manifesta volontà contraria del popolo italiano. E' per questo che si cavalca il malumore, il sentimento di odio per la “casta” che pericolosamente aleggia in questo periodo nel nostro paese per riproporre quella riforma condizionando l'elettorato.
Quello stesso partito "straniero" che prima ammassa migliaia di migranti a Lampedusa e poi spaventa i cittadini alimentando intolleranza e razzismo, che si vota al Dio Odino, che vanta tra i suoi dirigenti uno come Borghezio, che inneggia alla secessione, che esprime un Ministro dell'interno che si prende i meriti del lavoro dei magistrati e vota i tagli alla giustizia in Consiglio dei Ministri per impedire che i magistrati continuino a fare al meglio il loro lavoro e che scaglia truppe d'assalto contro le popolazioni della Val di Susa, quel partito oggi cavalca il malcontento dei cittadini suggerendo un'opzione politica inutile, degradante e molto pericolosa. L'Italia avrebbe bisogno di una legge elettorale che garantisse davvero la rappresentanza per raggiungere l'obiettivo di avere un parlamento che sia la reale espressione del paese composto da uomini e donne onesti e capaci, in grado di individuare soluzioni vere per i problemi veri a prescindere dal tornaconto personale sia esso singolo o di partito o di casta o di gruppo. Ci vogliono bravi parlamentari eletti con una legge elettorale democratica e non meno parlamentari eletti dai capi delle coalizioni i quali hanno tutto l'interesse ad avere meno sudditi da controllare. In questo senso clamorosamente subdola è la posizione del PD che non ha mai davvero osteggiato questa legge elettorale, che l'ha adottata in Toscana, dove ha una maggioranza praticamente Bulgara e che oggi non si defila dalla baggianata leghista ma è possibilista e si esprime favorevolmente per una riduzione del numero dei parlamentari. Un deputato ogni centomila cittadini mi sembra davvero il minimo perché sia garantita una rappresentanza concreta in un paese democratico. Il problema non è questo, evidentemente. Il problema è che se tutti noi smettessimo di parlare di queste idiozie e cominciassimo a guardare davvero che cosa succede, per colpa di chi succede e qual'è il reale apporto di ciascun politico al corretto funzionamento delle istituzioni, verosimilmente, tutti questi oligarchi da strapazzo si vedrebbero costretti, loro malgrado, a trovarsi un onesto lavoro.

Marco Guercio
lunedì 15 agosto 2011

138/11 del 13/8/11. L'apocalisse del diritto del lavoro

Non è un rebus o un enigma. Non è il titolo di un saggio di numerologia o l'inizio di un thriller in stile Dan Brown. Il primo è il numero del decreto legge lacrime e sangue emanato sotto dettatura della BCE dal Governo Berlusconi e la seconda è la data della sua approvazione. È solo una coincidenza, evidentemente una di quelle coincidenze che fanno nascere suggestive congetture basate su riferimenti astrali, calendari Maya, scritti di Nostradamus, cavalieri templari e logge massoniche. L'ultimo riferimento non fa ridere neanche un po', mi rendo conto.
È solo uno "slash" a rendere diversi numero progressivo e data di approvazione, un "/" inserito tra il 13 e l'8. Cosa vorrà dire? Quale significato recondito nasconde questa misteriosa barra obliqua? E che dire della ulteriore inquietante numerologica assonanza tra il 138/11 e il 183/10, il collegato lavoro di recentissima approvazione, genitore e precursore di questo nuovo mostro?
Certo, se non ci fosse da piangere si potrebbe continuare a scherzarci un po' sopra ma questi numeri sono drammatici e segneranno uno spartiacque nella storia del nostro paese ed in particolare verranno ricordati perché separano l'Italia ai tempi del diritto del lavoro dall'Italia ai tempi della dittatura dei datori dei lavoro.
Inutile ricordare che questo decreto contiene (questa è la notizia ufficiale così come riportata da tutti i media nazionali) misure straordinarie per risanare i conti pubblici e quindi, sotto varie forme, tagli alla spesa (in realtà tagli ai servizi e quindi ancora ai diritti), nuove tasse e misure di razionalizzazione delle istituzioni. Un capitolo del decreto, invece, si occupa curiosamente di modifiche strutturali e radicali all'impianto del diritto del lavoro italiano così per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 63 anni.
"Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo". Questo è il titolo del decreto 138/11 del 13/8/11. È un titolo che dice molte cose perché non potendo inserire le misure di cui tra poco parleremo nel novero delle misure per la stabilizzazione finanziaria dobbiamo, per esclusione, concludere che il Governo le abbia volute inserire tra quelle "per lo sviluppo". Il titolo terzo del decreto, infatti, si chiama "misure a sostegno dell'occupazione". Nei prossimi giorni analizzerò anche le altre norme ma per il momento mi limito al primo articolo di questo titolo terzo, l'art. 8, epicentro esatto del terremoto che sconvolgerà il mondo del lavoro, le relazioni sindacali e le tasche e le schiene dei lavoratori.
Come di consueto leggiamo la norma prima di commentarla.
"Art. 8
Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità
1. I contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale ovvero dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all'avvio di nuove attività.
2. Le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative: a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie;
b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale;
c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro;
d) alla disciplina dell'orario di lavoro;
e) alle modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio.
3. Le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei confronti di tutto il personale delle unita' produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato approvato con votazione a maggioranza dei lavoratori."
Bene. Che significa?
Significa che il diritto del lavoro è scomparso. Tutti noi pensiamo ai diritti come qualcosa di universale, di valido per tutti. Se una norma disciplina il licenziamento limitandolo a soli tre casi, quella norma si applicherà a tutti i lavoratori. Se la conseguenza di un licenziamento illegittimo, così come prevede l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (che è una legge, la 300/70) è la reintegra del lavoratore nel proprio posto di lavoro, allora questo diritto vale per tutti. L'opposto del diritto è, appunto, il privilegio, il sopruso, la barbarie.
Ebbene ecco a voi il privilegio, il sopruso e la barbarie. Con questa bella leggina, infatti, in ciascuna azienda, in ciascun territorio, potranno essere approvati accordi tra le aziende e le rappresentanze sindacali aziendali o territoriali, che derogano a quei diritti validi per tutti che, quindi, diventeranno diritti diversi per tutti. Ci potranno essere aziende, ad esempio, che, ricattando le rappresentanze sindacali interne con i livelli occupazionali in tempo di crisi, otterranno il placet su accordi che prevederanno, in caso di licenziamento, unicamente un risarcimento del danno in favore del lavoratore limitandolo a poche mensilità, al posto della reintegra e del risarcimento. E per aziende diverse si potranno avere situazioni differenti per cui in una il lavoratore che ha subito il licenziamento illegittimo si prenderà tre mensilità di risarcimento, in un'altra 5, in un'altra ancora 8 a seconda della forza contrattuale della RSU o dei sindacati territoriali.
Questo schema, poi, si applica, come abbiamo letto sopra, anche alla possibilità di utilizzare sistemi audiovisivi (fino ad oggi fortemente limitato), alla conversione dei contratti precari in contratti subordinato a tempo indeterminato, alle mansioni (e quindi al divieto di demansionamento) e all'orario di lavoro (e quindi ai suoi limiti). Ci troveremo aziende dove un lavoratore sarà costretto a lavorare con strumenti tecnologici che ne misurano la produttività, mentre in altre questo sarà vietato, lavoratori che possono passare da inquadramenti direttivi a semplice manovalanze ed altre dove questo non sarà possibile. Ci saranno aziende dove l'uso del contratto a termine e del contratto a progetto sarà indiscriminato e dove in caso di contratti precari illegittimi la conseguenza non sarà più la trasformazione in contratto subordinato a tempo indeterminato ma altro, magari ancora una volta un banale risarcimento.
C'è da scommettere, poi, che le elezioni RSU, in un contesto come questo, saranno di grande interesse per le aziende le quali potrebbero avere la possibilità di ottenere maggioranze consenzienti attraverso il controllo dei sindacati di comodo.
Siamo transitati in un caldo pomeriggio di metà agosto, dalla repubblica fondata sul lavoro a quella fondata sulla forza e sul sopruso. Ovviamente, così come era successo per il collegato lavoro, nessuno alza una voce (forse sono tutti in ferie), nessuno mobilita niente, almeno con la forza e la serietà che questa tragedia meriterebbe.
Queste, dunque, sono le norme poste a sostegno dello sviluppo che nel nostro paese sono sempre state misure contro i lavoratori quasi che la crisi oggi fosse determinata dai privilegi degli operai e degli impiegati. Non vi sforzate di analizzare il resto del decreto perché quelle ridicole diminuzioni delle spese degli enti locali non verranno mai fatte (infatti si parla di efficacia nel 2018) e quei prelievi nelle tasche dei più ricchi in senato o alla camera verranno ridotte al niente. Come al solito c'è un piatto forte ed un contorno ed il piatto forte è quello che Confindustria ha chiesto a questo governo sin dal suo insediamento: il modello Pomigliano, la libertà di fare il proprio comodo in casa loro, nelle loro aziende. Il potere di stritolare i lavoratori per ottenere più profitto cancellando tutti i diritti conquistati in tanti anni di lotte e di progresso sociale.
Davvero non saprei come descrivere la stringente necessità che tutto il popolo italiano si indigni davvero per questo affronto senza precedenti, per questo attacco finale alla storia del diritti dei lavoratori, e si facesse sentire democraticamente e pacificamente con una voce tanto forte da stralciare queste norme da quel decreto tanto iniquo. Lo dico al popolo perché i partiti di sinistra hanno già scelto di far finta di non aver capito.

Marco Guercio

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Marco Guercio, 40 anni, Avvocato. Una vera passione per il diritto e per la politica. In questo blog le sue riflessioni, le sue ricerche, i suoi approfondimenti.
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