giovedì 26 aprile 2012

La pericolosa tradizione dell'antipolitica




Il Sig. Grillo ha dichiarato più di quattro milioni di euro quale reddito del 2005, pari a più di trecentocinquantamila euro lordi al mese. Ovviamente siamo felici per lui e sicuramente si è meritato di guadagnarli. Il punto non è, ovviamente, questo.
Il punto a cui voglio arrivare subito è che il Sig. Grillo, come altri, può fare politica senza alcun problema. Può dedicarsi, a sua scelta, ai bonsai, al tennis, al birdwatching o alla politica senza avere alcuna preoccupazione relativa a mutui, affitti, bollette etc. Lui.
Tutti noi, invece, compresi quelli che si fanno chiamare Grillini proprio a suggellare la natura di protuberanza del fondatore del movimento, per fare la politica abbiamo bisogno di tempo che, come dice il detto, è denaro. Mi sono sempre posto il problema dei tempi della politica. Ricordo quando stavo in Rifondazione Comunista e il segretario, un impiegato pubblico, e gli altri della segreteria, pensionati o prepensionati e altri impiegati pubblici, fissavano le riunioni del Comitato politico federale alle 16 di Martedì. Mi chiedevo: ma se si escludono fortunate coincidenze per i turni, quanti lavoratori veri possono andare a quella riunione? Io che allora come oggi ero un libero professionista non potevo permettermi di andare. Avevo da lavorare. Ricevere i clienti o preparare le udienze del giorno dopo. Di martedì pomeriggio le persone lavorano.
Non mi stupivo quando scoprivo che a quelle riunioni l'età media era altissima e quelli più giovani o erano disoccupati o erano casalinghe o erano impiegati comunali o erano insegnanti.
Per fare politica ci vuole tempo e ci vogliono soldi. E se uno i soldi non li ha? Ci sarà un meccanismo grazie al quale, se se lo merita, se ne vale la pena, può comunque dedicarsi al paese, alle istituzioni? Certo che c'è. C'è e non potrebbe non esserci visto che l'art. 3 secondo comma della Costituzione lo prevede espressamente quando dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”. Quindi, secondo la nostra Costituzione deve esserci un meccanismo in virtù del quale tutti possono partecipare all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Quello del rimborso elettorale è uno dei meccanismi possibili, certo magari non il migliore ma uno di quelli che raggiungono lo scopo. Il finanziamento pubblico era un altro. L'abolizione di quest'ultimo avvenne subito dopo lo scandalo “tangentopoli” quando i cittadini, indignati per come i politici gestivano il denaro, decisero di sopprimere ogni forma di finanziamento credendo in quel modo, di risolvere il problema della corruzione. Oggi, all'alba di una nuova stagione di scandali giudiziari e con il vento della pulizia e del nuovo che avanza nelle vele, l'istanza che riscuote maggior successo è quella dell'abolizione dei rimborsi elettorali. Accanto a questa in auge sono l'abolizione di una delle due camere, il dimezzamento o comunque il taglio rilevante del numero dei parlamentari, la diminuzione delle spese per il funzionamento delle istituzioni.
C'è crisi, le persone fanno fatica a vivere, non ci sono i soldi ed è comprensibile che la pancia determini questi meccanismi.
La mia opinione, tuttavia, è che questi ragionamenti siano sbagliati e pericolosi, che chi li cavalca sia in mala fede e che chi se ne sta zitto in attesa di capire come butta per poi prendere posizione di riflesso sia complice. Sono sbagliati questi come erano sbagliati quelli che venivano fatti all'indomani del repulisti di tangentopoli quando si pensava che abolendo il finanziamento pubblico ai partiti saremmo entrati nella seconda repubblica. Invece siamo rimasti nella prima con i portaborse, ad esempio, di Craxi (Berlusconi) e Forlani (Casini) che imperversano e determinano il destino di tutti noi.
La consequenzialità logica tra il politico disonesto che si intasca i soldi pubblici e l'eliminazione del diritto per tutti a partecipare alla politica non esiste e con un minimo di impegno lo capirebbe anche un termosifone. Se il politico è disonesto è lui che non deve essere rieletto. Tutto qui. Non è un problema di sistema. Se il parlamento non riesce a fare le leggi ed è composto per la stragrande maggioranza da incompetenti ed abusivi bisogna cambiare il meccanismo con il quale si seleziona la classe dirigente e non il parlamento.
E' davvero banale ed è molto preoccupante che non si capisca.
Oggi abbiamo un parlamento che è eletto dai capi delle coalizioni che hanno bisogno per governare di persone che non siano in grado di formarsi una propria idea, di determinare dei veri cambiamenti nel paese e per questo selezionano loro e non gli elettori, persone di basso spessore culturale e con una propensione ad obbedire ai cenni che provengono dall'alto.
In questo orizzonte di gestione barbara delle istituzioni, di colonizzazione selvaggia dei centri di potere da parte di soggetti non qualificati e di basso spessore, anche un ex comico con i mezzi per parlare con tutti può rappresentare un'alternativa. Del resto è già successo con Berlusconi e proprio con la stessa dinamica. Anche il Cavaliere, che due lire da parte per fare comunicazione e qualche mezzo lo aveva, vinse subito dopo tangentopoli. Eppure i suoi rapporti con Craxi, con la vecchia politica, erano evidenti, la sua impresentabilità era già conclamata ma ciò nonostante vinse e vinse nel nome dell'antipolitica. Vinse additando i suoi antagonisti come politici di professione e come faccendieri della politica come persone che parlavano il politichese.
Oggi in Italia queste parola molto brutta torna trovare cittadinanza nelle coscienze dei cittadini, è stata sdoganata nuovamente e mina, per sua stessa ammissione, la politica. Eppure non ha alcun senso parlare di antipolitica quando ci si candida in un comune o in una provincia. Quella è “la” politica, non l'anti-politica. Il gravissimo tentativo di manipolare la logica tuttavia risulta vincente perché alla fine si apprende dai sondaggi che nessuno vuol più andare a votare, nessuno partecipa alla politica, tutti sono scoraggiati e delusi. Ed il precipitato che residua dalla spinta verso l'antipolitica è proprio quello della eliminazione della politica e quindi della possibilità di farla (con il finanziamento pubblico o i rimborsi elettorali) e di gestirla (con il parlamento così come funziona adesso). L'antipolitica, in definitiva, conduce dritta dritta al fascismo, alla dittatura, alla diminuzione della democrazia. La rabbia io la vedo solo nelle facce di coloro che odiano la politica, che odiano i politici, che vorrebbero che se ne andassero tutti a casa o in galera perché tutti rubano, tutti sono uguali. Ma quelle stesse facce non le vedo più quando si tratta di lottare per i diritti, per l'uguaglianza, per la sostanza dei problemi. Tutti oggi, in questa Italia, possono diventare intelligenti urlando “tutti a casa” e che la politica fa schifo. Ebbene questo è esattamente il terreno sul quale si inseriscono le dittature, quelle false ideologie che indicano scorciatoie, vie brevi, soluzioni slogan ai seri e minacciosi problemi che affliggono le persone e tutto il paese.
Io credo che dovremmo batterci per evitare che questo processo giunga a compimento, per evitare che altri cervelli vadano all'ammasso, che tutti smettano definitivamente di pensare. Però credo anche che per riuscirci dobbiamo costruire un vero progetto politico, uno grande, ambizioso, che sia in grado di metter al centro del dibattito il recupero dei valori fondanti della nostra convivenza civile. Oggi, il giorno dopo il 25 aprile, della festa della liberazione, dei partigiani e della resistenza, mi sento di dire che l'unico progetto politico compiuto che abbiamo mai realizzato è proprio la nostra Carta Costituzionale, costruita da chi ha liberato l'Italia dalla dittatura per non ricaderci mai più. Tutte le volte che ci sentiamo minacciati da rigurgiti assolutistici dobbiamo ripartire da li. Tutte le volte che qualcuno la vuole cambiare (anche diminuendo i parlamentari o le camere o dando più potere all'esecutivo) svegliamoci perché ce l'ha con noi.

Marco Guercio

Nessun commento:

Posta un commento