Il
Sig. Grillo ha dichiarato più di quattro milioni di euro
quale
reddito del 2005, pari a più di trecentocinquantamila euro
lordi
al
mese. Ovviamente siamo felici per lui e sicuramente si è meritato di
guadagnarli. Il punto non è, ovviamente, questo.
Il
punto a cui voglio arrivare subito è che il Sig. Grillo, come altri, può fare
politica senza alcun problema. Può dedicarsi, a sua scelta, ai
bonsai, al tennis, al birdwatching o alla politica senza avere alcuna
preoccupazione relativa a mutui, affitti, bollette etc. Lui.
Tutti
noi, invece, compresi quelli che si fanno chiamare Grillini proprio a
suggellare la natura di protuberanza del fondatore del movimento, per
fare la politica abbiamo bisogno di tempo che, come dice il detto, è
denaro. Mi sono sempre posto il problema dei tempi della politica.
Ricordo quando stavo in Rifondazione Comunista e il segretario, un
impiegato pubblico, e gli altri della segreteria, pensionati o
prepensionati e altri impiegati pubblici, fissavano le riunioni del
Comitato politico federale alle 16 di Martedì. Mi chiedevo: ma se si
escludono fortunate coincidenze per i turni, quanti lavoratori veri
possono andare a quella riunione? Io che allora come oggi ero un
libero professionista non potevo permettermi di andare. Avevo da
lavorare. Ricevere i clienti o preparare le udienze del giorno dopo.
Di martedì pomeriggio le persone lavorano.
Non
mi stupivo quando scoprivo che a quelle riunioni l'età media era altissima e quelli più giovani o erano disoccupati o erano casalinghe o
erano impiegati comunali o erano insegnanti.
Per
fare politica ci vuole tempo e ci vogliono soldi. E se uno i soldi
non li ha? Ci sarà un meccanismo grazie al quale, se se lo merita,
se ne vale la pena, può comunque dedicarsi al paese, alle
istituzioni? Certo che c'è. C'è e non potrebbe non esserci visto
che l'art. 3 secondo comma della Costituzione lo prevede
espressamente quando dice: “È compito della Repubblica rimuovere
gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto
la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i
lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del
Paese.”. Quindi, secondo la nostra Costituzione deve esserci un
meccanismo in virtù del quale tutti possono partecipare
all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Quello
del rimborso elettorale è uno dei meccanismi possibili, certo magari
non il migliore ma uno di quelli che raggiungono lo scopo. Il
finanziamento pubblico era un altro. L'abolizione di quest'ultimo
avvenne subito dopo lo scandalo “tangentopoli” quando i
cittadini, indignati per come i politici gestivano il denaro,
decisero di sopprimere ogni forma di finanziamento credendo in quel
modo, di risolvere il problema della corruzione. Oggi, all'alba di
una nuova stagione di scandali giudiziari e con il vento della
pulizia e del nuovo che avanza nelle vele, l'istanza che riscuote
maggior successo è quella dell'abolizione dei rimborsi elettorali.
Accanto a questa in auge sono l'abolizione di una delle due camere,
il dimezzamento o comunque il taglio rilevante del numero dei
parlamentari, la diminuzione delle spese per il funzionamento delle
istituzioni.
C'è
crisi, le persone fanno fatica a vivere, non ci sono i soldi ed è
comprensibile che la pancia determini questi meccanismi.
La
mia opinione, tuttavia, è che questi ragionamenti siano sbagliati e
pericolosi, che chi li cavalca sia in mala fede e che chi se ne sta zitto
in attesa di capire come butta per poi prendere posizione di riflesso
sia complice. Sono sbagliati questi come erano sbagliati quelli che
venivano fatti all'indomani del repulisti di tangentopoli quando si
pensava che abolendo il finanziamento pubblico ai partiti saremmo
entrati nella seconda repubblica. Invece siamo rimasti nella prima
con i portaborse, ad esempio, di Craxi (Berlusconi) e Forlani
(Casini) che imperversano e determinano il destino di tutti noi.
La
consequenzialità logica tra il politico disonesto che si intasca i
soldi pubblici e l'eliminazione del diritto per tutti a partecipare
alla politica non esiste e con un minimo di impegno lo capirebbe
anche un termosifone. Se il politico è disonesto è lui che non deve
essere rieletto. Tutto qui. Non è un problema di sistema. Se il
parlamento non riesce a fare le leggi ed è composto per la
stragrande maggioranza da incompetenti ed abusivi bisogna cambiare il
meccanismo con il quale si seleziona la classe dirigente e non il
parlamento.
E'
davvero banale ed è molto preoccupante che non si capisca.
Oggi
abbiamo un parlamento che è eletto dai capi delle coalizioni che
hanno bisogno per governare di persone che non siano in grado di
formarsi una propria idea, di determinare dei veri cambiamenti nel
paese e per questo selezionano loro e non gli elettori, persone di
basso spessore culturale e con una propensione ad obbedire ai cenni
che provengono dall'alto.
In
questo orizzonte di gestione barbara delle istituzioni, di
colonizzazione selvaggia dei centri di potere da parte di soggetti
non qualificati e di basso spessore, anche un ex comico con i mezzi
per parlare con tutti può rappresentare un'alternativa. Del resto è
già successo con Berlusconi e proprio con la stessa dinamica. Anche
il Cavaliere, che due lire da parte per fare comunicazione e qualche
mezzo lo aveva, vinse subito dopo tangentopoli. Eppure i suoi
rapporti con Craxi, con la vecchia politica, erano evidenti, la sua
impresentabilità era già conclamata ma ciò nonostante vinse e
vinse nel nome dell'antipolitica. Vinse additando i suoi antagonisti come politici di professione e come faccendieri della politica come persone che parlavano il politichese.
Oggi
in Italia queste parola molto brutta torna trovare cittadinanza nelle
coscienze dei cittadini, è stata sdoganata nuovamente e mina, per
sua stessa ammissione, la politica. Eppure non ha alcun senso parlare
di antipolitica quando ci si candida in un comune o in una provincia.
Quella è “la” politica, non l'anti-politica. Il gravissimo
tentativo di manipolare la logica tuttavia risulta vincente perché
alla fine si apprende dai sondaggi che nessuno vuol più andare a
votare, nessuno partecipa alla politica, tutti sono scoraggiati e
delusi. Ed il precipitato che residua dalla spinta verso
l'antipolitica è proprio quello della eliminazione della politica e
quindi della possibilità di farla (con il finanziamento pubblico o i
rimborsi elettorali) e di gestirla (con il parlamento così come
funziona adesso). L'antipolitica, in definitiva, conduce dritta
dritta al fascismo, alla dittatura, alla diminuzione della
democrazia. La rabbia io la vedo solo nelle facce di coloro che
odiano la politica, che odiano i politici, che vorrebbero che se ne
andassero tutti a casa o in galera perché tutti rubano, tutti sono
uguali. Ma quelle stesse facce non le vedo più quando si tratta di
lottare per i diritti, per l'uguaglianza, per la sostanza dei
problemi. Tutti oggi, in questa Italia, possono diventare
intelligenti urlando “tutti a casa” e che la politica fa schifo.
Ebbene questo è esattamente il terreno sul quale si inseriscono le
dittature, quelle false ideologie che indicano scorciatoie, vie
brevi, soluzioni slogan ai seri e minacciosi problemi che affliggono
le persone e tutto il paese.
Io
credo che dovremmo batterci per evitare che questo processo giunga a
compimento, per evitare che altri cervelli vadano all'ammasso, che
tutti smettano definitivamente di pensare. Però credo anche che per
riuscirci dobbiamo costruire un vero progetto politico, uno grande,
ambizioso, che sia in grado di metter al centro del dibattito il
recupero dei valori fondanti della nostra convivenza civile. Oggi, il
giorno dopo il 25 aprile, della festa della liberazione, dei
partigiani e della resistenza, mi sento di dire che l'unico progetto
politico compiuto che abbiamo mai realizzato è proprio la nostra
Carta Costituzionale, costruita da chi ha liberato l'Italia dalla
dittatura per non ricaderci mai più. Tutte le volte che ci sentiamo
minacciati da rigurgiti assolutistici dobbiamo ripartire da li. Tutte
le volte che qualcuno la vuole cambiare (anche diminuendo i
parlamentari o le camere o dando più potere all'esecutivo)
svegliamoci perché ce l'ha con noi.
Marco
Guercio

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