Nel codice penale
italiano c'è un articolo, il 241 che recita: “Art.
241. Attentati contro l'integrità, l'indipendenza o l'unità dello
Stato. Salvo che il fatto costituisca più
grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a
sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla
sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l'indipendenza o
l'unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a
dodici anni.
La pena è aggravata
se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti
l'esercizio di funzioni pubbliche.”
Questa norma è stata modificata radicalmente dall'art. 1 della Legge
24 febbraio 2006, n.85 (in Gazz. Uff., 13 marzo, n. 60) denominata:
“Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”.
Prima di questa riforma l'art. 241 del codice penale recitava:
“Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio
dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato
straniero, ovvero a menomare l'indipendenza dello Stato, è punito
con l'ergastolo. - Alla stessa pena soggiace chiunque commette un
fatto diretto a disciogliere l'unità dello Stato, o a distaccare
dalla madre Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche
temporaneamente, alla sua sovranità”.
Nella stessa legge di riforma del
Codice Penale l'art. 5. modificava L'articolo 292 del codice
penale che, quindi, oggi recita: «Art. 292 - Chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la bandiera nazionale o un
altro emblema dello Stato è punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000. La
pena è aumentata da euro 5.000 a euro 10.000 nel caso in cui il medesimo fatto
sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia
ufficiale.
Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni.
Agli effetti della legge penale per bandiera nazionale si intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali."La stessa norma, prima della riforma, invece, prima recitava: “Articolo 292. Vilipendio alla bandiera o ad altro emblema dello Stato. Chiunque vilipende la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione da uno a tre anni. Agli effetti della legge penale, per “bandiera nazionale” s’intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche a chi vilipende i colori nazionali raffigurati su cosa diversa da una bandiera.”.
Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni.
Agli effetti della legge penale per bandiera nazionale si intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali."La stessa norma, prima della riforma, invece, prima recitava: “Articolo 292. Vilipendio alla bandiera o ad altro emblema dello Stato. Chiunque vilipende la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione da uno a tre anni. Agli effetti della legge penale, per “bandiera nazionale” s’intende la bandiera ufficiale dello Stato e ogni altra bandiera portante i colori nazionali. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche a chi vilipende i colori nazionali raffigurati su cosa diversa da una bandiera.”.
Vi
risparmio, in questa sede, l'analisi degli altri articoli della 85/06
che sono rivolti ad inasprire le pene o ad allargare la portata delle
norma in tema di associazioni sovversive.
Ovviamente
la domandona alla quale dobbiamo dare la prima risposta è: chi era
al governo a febbraio del 2006? Ve lo dico io: dal 23 aprile 2005 al
17 maggio 2006 ci siamo sorbiti il 3° Governo Berlusconi che si
pregiava di avere Gianfranco Fini ministro degli Esteri, Beppe Pisanu
Ministro degli Interni,, il moderato Storace alla Salute e tanti
altri simpatici governanti come Buttiglione, Alemanno ed il compianto
Mirko Tremaglia.
Tra
questi, tuttavia, interessano: Bobo Maroni al Lavoro, il padre del
Porcellum Calderoli
alle riforme istituzionali e Robertino Castelli alla Giustizia. Tre
ministri leghisti.
Si.
La lega era in maggioranza con Forza Italia, UDC e Alleanza
Nazionale. Questa riforma, dunque, è stata fatta principalmente
dalla Lega con il placet degli odierni Terzopolisti Finiani e
Casiniani e degli odierni alleati del PD Berlusconiani. L'abrogazione
di una norma potenzialmente in grado di rappresentare un guaio
giudiziario per esponenti di quella maggioranza, peraltro, non
rappresentava, già a quel tempo una novità avendo la suddetta
combriccola già provveduto, ad esempio, a far sparire il “falso in
bilancio” o a dimezzare i tempi di prescrizione in favore
dell'allora imputato presidente del consiglio ed altri simili scempi.
Ma
torniamo a noi. Che cosa prevedono queste riforme?
Basta
comparare le due diverse stesure della norma per capire che prima
dell'entrata in vigore della L. 85/06 molte delle condotte poste in
essere dai più autorevoli esponenti della Lega Nord negli ultimi
giorni avrebbero integrato fattispecie di reato punite con pene molto
severe e che dopo l'approvazione della stessa legge, invece, quelle
condotte sono enormemente sminuite se non addirittura penalmente
irrilevanti.
La
più importante differenza tra il vecchio testo dell'art. 241 c.p. è
la seguente: prima il reato era così individuato “chiunque
compie atti violenti diretti e idonei a (...)
menomare l'indipendenza o l'unità dello Stato, è punito con la
reclusione non inferiore a dodici anni.
La pena è aggravata
se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti
l'esercizio di funzioni pubbliche.”
mentre prima era così diversamente qualificato: “Chiunque
commette un fatto diretto a (...) a menomare
l'indipendenza dello Stato, è punito con l'ergastolo. - Alla stessa
pena soggiace chiunque commette un fatto diretto a disciogliere
l'unità dello Stato, o a distaccare dalla madre
Patria una colonia o un altro territorio soggetto, anche
temporaneamente, alla sua sovranità”.
Ebbene
non serve un fine interprete per capire che nella riforma il fatto
precedentemente punito dalla legge era completamente un altro. Prima
si puniva, infatti, qualunque fatto diretto a disciogliere l'unità
dello stato o a distaccare dalla nazione un territorio. Invocare la
secessione, certamente potrebbe essere qualificato in questi termini.
Chiamare un popolo alla secessione dando della “ladrona” a Roma,
intendendosi con la città l'intera nazione in una evidente
sineddoche, certamente avrebbe integrato il gravissimo reato di cui
sopra.
Ma
questi fatti, come è semplice intuire, seppur espressione di una
violenza verbale e di una sottocultura, non possono certamente essere
qualificati giuridicamente come “atti violenti”.
Lo
stesso dicasi per la bandiera. Prima della riforma il generico
vilipendio rivolte alla bandiera (e, per questa, all'Italia) in un
luogo pubblico comportava una condanna da sei mesi a tre anni di
carcere mentre oggi quella condotta deve concretizzarsi nell'uso di
espressioni ingiuriosi e comporta
una
banale ammenda da € 100,00 a € 1.000,00 che, se oblazionata, fa
scomparire il reato.
Il
dito medio e l'espressione, seppur ciancicata, “fanculo” rivolta
al tricolore, ad esempio, avrebbe comportato la condanna ad una pena
da sei mesi a tre anni mentre oggi con 300 euro qualsiasi leghista si
può togliere la soddisfazione di vilipendere la bandiera.
Capiamoci:
non è l'affetto ai simboli nazionali che mi spinge a fare queste
riflessioni né l'amore per i confini. Quello che voglio evidenziare
è che il nostro paese è stato governato da un partito che ha posto
in essere attività amministrative che hanno devastato l'economia e
la società e contemporaneamente si è permesso di invocare la
secessione della parte a loro dire produttiva dell'Italia a scapito
di quella a loro dire “scroccona”. L'immagine del cavallo di
Troia, insomma, non è così distante. Se gli esponenti della Lega
volevano e vogliono l'annessione del nord ad un altro stato o la sua
indipendenza, quando facevano i ministri, quando votavano i decreti,
avevano a cuore l'interesse superiore della nazione o stavano solo
preparando il terreno per il loro obiettivo? E, in astratto, la
Padania nasce più facilmente da un'Italia in crisi o da un Italia
prosperosa ed efficiente? Da Repubblica le parole di Umberto Bossi:
“Quel che sta avvenendo è una svolta storica, non è una
cosina da niente, la gente capisce sempre di più che l'Italia va a
finire male e quindi si prepara al dopo. E per noi il dopo è la
Padania - ha detto- i popoli del nord uniti sarebbero lo stato più
forte d'Europa". "Quando verrà il momento, non
possiamo farci trovare impreparati. Per fortuna siamo partiti tanti
anni fa e il profondo del cuore della gente del nord sente che il
progetto è passato e che l'idea che si possa vincere insieme è
partita". E ancora: "La Padania vuol dire unito e
libero. Il centro-sud munge tutte le risorse del centro-nord, questo
è il problema". Il titolo di quell'articolo era: “L'italia
finisce male, prepariamoci alla Padania”.
In questi ultimi giorni,
poi, passati dal governo del paese - con tanto di ministri in posti
strategici – all'opposizione, durante comizi di piazza farciti da
muggiti e frasi ad effetto sgrammaticate e senza un reale
significato, i leghisti hanno ripreso - anche pubblicamente - il
leitmotiv della secessione mettendolo al centro della propria agenda
politica.
Ebbene un paese serio, al
di là dei proclami sull'unità e dei festeggiamenti dei 150 anni,
peraltro boicottati dagli stessi leghisti, dovrebbe prima di tutto
dotarsi degli strumenti per impedire che si possa solo pensare ad una
secessione. Se non vi viene in mente niente allora vi suggerisco di
abrogare in toto la Legge 85/06 e di reintrodurre nel nostro
ordinamento quelle norme che consentono di perseguire coloro che
pongono in essere fatti idonei a minare l'unità nazionale.
Ci vogliono più o meno 4
minuti. Dopo, gli estremismi secessionisti dei fondamentalisti
leghisti tornerebbero ad essere una questione di ordine pubblico
della quale potrebbero occuparsi i pubblici ministeri.
Marco
Guercio