Da
Tokio, il Presidente del Consiglio sostenuto dalla fiducia del PD,
del PDL e del Terzo Polo, ha finalmente spiegato il motivo per cui si
deve metter mano alla riforma dell'art. 18 dello statuto dei
lavoratori. Da adesso in poi si dovranno ricredere tutti i detrattori
del buon Tekno-Mario, compreso il sottoscritto, tutti quei comunisti
incalliti che da oltre un mese chiedono insistentemente almeno di capire le ragioni di una
riforma apparentemente, e sottolineo apparentemente, così idiota.
Adesso, infatti, tutto è chiaro. Il capo del nostro esecutivo ha
detto "Non si assume perché non si può licenziare" ed ha
aggiunto ''Le imprese hanno paura di assumere perché è molto
difficile licenziare anche per ragioni economiche'', sottolineando,
poi, che fra le ragioni che hanno portato ad una diminuzione degli
investimenti italiani e stranieri in Italia c'è anche l'attuale
normativa sul lavoro. Per chiudere in bellezza, poi, il nostro eroe
ha dichiarato "Ho l'impressione che la maggioranza degli
italiani percepiscano questa riforma del lavoro come un passo
necessario nell'interesse dei lavoratori".
Adesso,
dunque, è tutto chiaro. E' chiaro che Monti o tenta di nascondere la verità o
è un incapace.
Analizziamo
nel dettaglio questa tesi strampalata. Si vuole far credere al popolo
che il motivo per cui i giovani non trovano lavoro risiede nella
difficoltà che le imprese hanno nel poter licenziare i lavoratori
anche per motivi economici.
Questa
tesi oltre ad essere palesemente infondata desta più di un sospetto sull'onestà intellettuale di chi prova a sostenerla.
Alla
luce del quadro normativo attualmente vigente, infatti, questa tesi
non può essere sostenuta. Vediamo perché.
Le
imprese, come è noto, dovrebbero assumersi il “rischio d'impresa”
e cioè dovrebbero essere in grado di stabilire, tenendo conto del
mercato di riferimento, di quanti lavoratori hanno bisogno, di quanti
e quali materiali, di quali tecniche di realizzazione dei beni e dei
servizi.
Se ho, ad esempio, commesse e richieste per la commercializzazione di 10 quintali di alluminio, avrò bisogno di un certo tipo di macchinari e, tenendo conto del ciclo produttivo e delle innovazioni tecnologiche, di un certo numero di lavoratori. Tutte queste misure produrranno dei costi e dei ricavi. Se sono bravo guadagnerò se sono un cretino che non sa fare i conti perderò.
Ci
sono, tuttavia, tutta una serie di accadimenti che, ad essere onesti,
possono, a prescindere dalla bravura o dalla cretineria
dell'imprenditore, sconvolgere i piani industriali o semplicemente
modificarli. Facciamo degli esempi e cerchiamo di capire se oggi, nel
nostro ordinamento, sono già presenti degli strumenti che prendono
in considerazione queste eventualità e le disciplinano.
Può succedere che un imprenditore riceva per un breve periodo di tempo una nuova commessa. Tornando all'esempio di prima, poniamo che all'impresa che produce alluminio venga richiesto da un nuovo cliente di produrre 3 quintali di materiale. E' evidente che l'imprenditore non può sapere se all'esito della produzione e della vendita di questo materiale il cliente continuerà ad acquistare alluminio presso la sua impresa né può sapere quanto materiale acquisterà. In questo caso si renderà necessario l'aumento della forza lavoro e come si può fare? E' questo il caso in cui le aziende non assumono perché hanno paura di non poter più licenziare? No, assolutamente no. In questo caso è legittimo, secondo la norma dell'art. 1 del Decreto Legislativo 368/01, assumere dei lavoratori a tempo determinato. Quindi il bravo imprenditore che deve conoscere (altrimenti non è un bravo imprenditore ed è giusto che chiuda bottega) i tempi e le tecniche della lavorazione del materiale, stabilendo, sempre ad esempio, che la produzione eccezionale e non prevista, durerà per sei mesi, potrà assumere il numero di lavoratori di cui ha bisogno per quel periodo senza che nessuno possa impedirglielo e senza bisogno di riforme apocalittiche del diritto del lavoro. La stessa legge prevede, poi, che quello stesso contratto a termine possa essere prorogato una sola volta di modo che, se l'imprenditore non fosse proprio bravissimo ed avesse sbagliato i calcoli, può comunque avvalersi dei medesimi lavoratori per un ulteriore periodo senza alcuna conseguenza.
Convinti
che non sia qui il problema, dunque, proviamo con altri casi.
Facciamo
l'esempio dello stesso imprenditore che, nonostante gli sforzi e la
sua bravura, avendo visto i propri ricavi, per qualsiasi ragione,
diminuire, debba far fronte ad una ristrutturazione aziendale che,
tenuto conto della flessione della domanda di alluminio, possa
consentirgli, comunque, dei ricavi. Può in questo caso
l'imprenditore, ad esempio, mandare a casa una parte dei suoi
dipendenti che, ovviamente, rappresentano un costo per l'azienda e
non risultano più indispensabili? Certo che si. Lo può fare
addirittura in due modi diversi. Se licenzia fino a 4 lavoratori può
utilizzare lo schema della Legge 604/66 e licenziare per giustificato
motivo oggettivo, se, rientrando nei casi ed avendo i requisiti
numerici descritti dalla norma, ne licenzia più di 5 (e quindi, ad
esempio: 200) deve osservare le formalità previste dalla 223/91 ma
in ogni caso può licenziare sempre sia per ragioni economiche che
per ragioni di riorganizzazione aziendale.
Quindi,
evidentemente, non stiamo parlando neanche di questo caso perché
come, visto, è già ampiamente disciplinato.
E
allora di cosa parliamo? Comincia ad essere complicato capire a cosa
si riferisca il nostro bravo Presidente e si fa pian piano (si fa per dire) largo l'idea che ci stia nascondendo qualcosa.
Non crediamo, infatti, che si riferisca ai licenziamenti disciplinari o, in generale, a quelli per giusta causa o a quelli per giustificato motivo soggettivo perché anche questi sono consentiti giusta la previsione della L. 604/66 e dell'art. 2119 del Codice civile. Ripetiamo fino alla noia che se un lavoratore, ad esempio, ruba o scatena una rissa in azienda, non rispetta gli orari di lavoro o le direttive imposte dall'azienda in tema di livelli di produzione o in generale viola il codice disciplinare che la stessa azienda impone, può essere licenziato legittimamente.
Quindi, qualcuno mi vuole spiegare che cosa significa la frase ”in Italia è molto difficile licenziare anche per motivi economici”?
E'
la frase di uno che non capisce niente di diritto del lavoro o quella
di uno che ha uno scopo diverso da quello dichiarato? E in questa
seconda ipotesi, per chi lavora?
In
Italia è molto, persino troppo semplice licenziare quando il
licenziamento sia legittimo e cioè quando sia supportato da ragioni
giustificative valide come quelle sino ad ora elencate. Nel nostro
paese è difficile (nella pratica purtroppo non impossibile)
licenziare una persona senza alcun motivo, sia esso disciplinare,
soggettivo o economico. In Italia non si può licenziare se un
lavoratore o una lavoratrice viene al lavoro con una maglia gialla,
se tifa una squadra di calcio invisa al padrone, se è iscritto ad un
sindacato che fa le lotte, se è gay, se è una donna e vuole avere
un figlio, se chiama la ASL perché non sono rispettate le
prescrizioni in tema di sicurezza sul luogo di lavoro, se va in
bicicletta o se è venuto un giorno al lavoro un po' spettinato. In
questi casi ed in tutti gli altri casi in cui sarebbe pazzesco
legittimare un licenziamento, non si può recedere unilateralmente
dal contratto di lavoro.
E
allora, ripeto, se non è vero che è difficile licenziare, perché
si vuole rendere legittimo il licenziamento illegittimo? Perché si
vuol dare ai datori di lavoro il potere di licenziare a piacimento?
E soprattutto, qualcuno mi può spiegare per quale strana magia questo potere di licenziare a piacimento favorirebbe le nuove assunzioni e gli investimenti nel nostro paese da parte di imprese straniere?
Proviamo
a vedere che cosa favorirebbe questo nuovo scenario. Un imprenditore,
che a questo punto può essere anche una capra perché non sarà più
costretto a fare previsioni e bilanci ma potrà limitarsi
semplicemente a tirare ad indovinare, potrebbe assumere 30 lavoratori
a tempo indeterminato e poi licenziarli dopo due mesi una volta
resosi conto conto che ne sarebbero bastati 10. Questo favorisce le
nuove assunzioni?
Le
aziende che già occupano, ad esempio, 50 lavoratori a tempo
indeterminato e che navigano a vista perché non si sono adattate
alle esigenze del mercato o non hanno investito in innovazione, nel
dubbio potrebbero licenziare una ventina di lavoratori ed assumerne
altrettanti a tempo determinato in attesa di vedere se andrà meglio.
Questo
favorirebbe le assunzioni?
La
Fiat potrebbe chiudere uno stabilimento e licenziare tutti i
lavoratori ad esso adibiti semplicemente perché non sopporta più la
Fiom.
Questo
favorirebbe le assunzioni?
Proviamo, infine, a fare uno sforzo per capire come questa riforma potrebbe agevolare la creazione di nuovi posti di lavoro da parte di imprese straniere.
Poniamo ad esempio che esistano due aziende, una Cinese e una Americana non hanno sino ad oggi aperto uno
stabilimento in Italia per la paura di dover assumere lavoratori e di
non poterli successivamente liberamente licenziare. Evidentemente
stiamo parlando di aziende che non intendono assumersi sino in fondo
il rischio d'impresa e che verrebbero nel nostro paese a sfruttare
come pile tutto quello che è sfruttabile e, raggiunti gli obiettivi
di guadagno, se ne tornerebbero a casa loro lasciando povertà e
disperazione.
Anche
questo favorirebbe le assunzioni?
Io
credo che sia raccapricciante persino doverne parlare. E'
terrificante che oggi in Italia ci sia questo tipo di dibattito e che
non ci siano forze politiche che si rifiutino di sedersi ad un tavolo
per affrontare queste eventualità.
Il lavoro non si crea ponendo le basi per farlo scomparire, questo mi pare ovvio e si dovrebbe essere sinceri con i cittadini e dire loro che questo governo e questa maggioranza ritengono che per uscire dalla crisi si debba trasformare il lavoro da un diritto ad un privilegio, ad una gentile concessione delle aziende. Questi professori, troppo abituati a discutere in termini teorici e spesso generatori di tragedie come quelle della bolla speculativa immobiliare, non si rendono conto che il lavoro è il perno sul quale si basa la nostra repubblica, la misura della dignità di ognuno di noi esattamente come ci ha insegnato uno che la Costituzione l'ha scritta e l'ha firmata: “fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.” Piero Calamandrei, discorso sulla Costituzione (1955).
Marco
Guercio
